La Sardegna è una terra antica, in cui pratiche, rituali, credenze e superstizioni affondano nella notte dei tempi e sono vive ancora oggi. Il pensiero magico, convive con il pensiero razionale; allo stesso tempo, la religione cristiana, s’intreccia con riti pagani, risalenti al periodo pre-nuragico.
In Sardegna è ancora viva la tradizione della “medicina dell’occhio”, il rito perpetrato dalle guaritrici per scacciare il malocchio, una forma di energia “negativa” trasmessa dallo sguardo, spesso in modo involontario e senza consapevolezza, legata all’invidia per qualcosa o qualcuno. I rituali cambiano in base alla zona della Sardegna in cui vengono fatti.

Il rituale, in generale, prevede l’uso di formule ben precise, is brebus (da “il verbo”), conosciute da poche persone (e da tramandare solo ad altrettanto pochi eletti) e di gesti, quali il lasciar cadere in un bicchiere d’acqua del sale in grani (oppure dei chicchi di grano) per capire se il malcapitato sia vittima di malocchio e per liberarlo dallo stesso. La medicina dell’occhio si fa anche con un piatto in porcellana in cui si versano dell’acqua, del sale e dell’olio e a seconda delle forme che tali elementi assumono, si capisce se una persona ha negatività o no.
Ci si concentra non solo sulla negatività, ma anche sui dolori fisici, in particolare sul mal di testa: nell’antichità si diceva che una persona con il mal di testa era “presa d’occhio”.
Si prende un bicchiere di vetro trasparente, lo si riempie d’acqua e ci si mettono un paio di granuli di sale grosso.
Poi, si versano dei chicchi di grano e, a seconda di quante bolle si formano o di come il grano sale a galla, ci si rende conto se la persona è presa d’occhio o no. Ogni chicco, inoltre, va messo con una ritualità particolare, scandita da alcune preghiere in dialetto sardo che il guaritore sussurra leggermente, perché la persona le deve percepire, ma non capire. Assemblato il tutto, la persona colpita dal malocchio deve bere tre piccoli sorsi di questa mistura. Dopodiché il guaritore recita un’ennesima preghiera e, successivamente, il contenuto del bicchiere dovrà essere gettato o in un luogo con terra, oppure in un luogo in cui di fronte ci sia una finestra.

Su kokku o coccu è forse l’amuleto più conosciuto, perché è entrato a pieno titolo nei gioielli della tradizione sarda.
Si tratta di un oggetto regalato ancora oggi, non solo per la sua valenza estetica, ma anche e soprattutto per la sua funzione protettiva legata alla forma tondeggiante, che rappresenta l’occhio “buono” contro quello “cattivo”.
Ha il potere di assorbire maledizioni, maldicenze, influssi nefasti, malocchio e di trattenere il male in sé. Ma per essere efficace, dev’essere ricevuto in dono.
Si tratta di una pietra liscia, nera, in onice o in ossidiana (oppure, più di rado, in corallo rosso) rotonda, contenuta tra due calotte laterali (solitamente in lamina o filigrana d’argento), spesso sorretta da due catenelle.
Molte superstizioni e riti erano legati alla giornata di San Giovanni Battista, quando è abitudine accendere i fuochi per “dare più forza al Sole”, in occasione del Solstizio d’Estate.
La tradizione racconta che in Sardegna, durante la sera di San Giovanni, le ragazze non ancora sposate erano solite andare in campagna e annodare un pezzo di spago o nastro a un albero a scelta.
Il giorno dopo, se nell’albero vi avessero trovato un ragno, si sarebbero maritate con un negoziante di tessuti, mentre se vi erano delle formiche, con un pastore; se vi avessero trovato uno scarafaggio, il marito designato sarebbe stato una guardia; nel caso della coccinella un commerciante, se fosse stata un’ape sarebbe stato un apicoltore, nel caso della mosca oziosa un ricco che campava di rendita… e così via.
Nella notte di San Giovanni, sono ancora tanti quelli che si dedicano alla raccolta delle erbe aromatiche. Si dice, infatti, che la notte del 23 giugno, durante la notte di San Giovanni, elicriso, iperico, lavanda, menta, rosmarino, timo, erba barona, verbasco, alloro e tante altre erbe, acquisiscano un potere sorprendente.
In particolare l’iperico, detto anche scacciadiavoli, pare dotato di fortissimi poteri scaramantici contro il malocchio che si moltiplicano esponenzialmente se raccolto durante questa notte.

Sant’Antonio discese negli Inferi per rubare una scintilla e donarla all’Umanità.
È una leggenda, ma dalla notte dei tempi si ringrazia il santo per questo dono vitale accendendo in suo onore enormi falò all’imbrunire del 16 gennaio: ci si raccoglie intorno e ogni comunità dà vita al proprio rituale.
I fuochi incitano le anime a danzare, prima con movimenti simili a sussulti, poi la festa si vivacizza all’aumentare del crepitio dei rami infuocati, la musica di launeddas e fisarmoniche accompagna balli e canti corali, cibo e vino sono offerti agli ospiti: fave con lardo, coccone, pistiddu, dolci di sapa, mandorle e miele.
In alcuni paesi il tradizionale rito richiede di compiere tre giri in senso orario ed altrettanti in senso antiorario intorno al grande falò.
La festa di Sant’Antonio segna l’inizio del Carnevale: a Siniscola, ad esempio, escono per la prima volta S’Orcu ‘e Montiarvu e le altre maschere del carnevale antico siniscolese.
Con sas paraulas (le parole/preghiere)
Gli Ammutadori sono figure mitologiche della cultura sarda, dei demoni che possono sorprendere chi si addormenta provocando alla vittima un senso di soffocamento e oppressione. Le “formule magiche” chiamate Brebus, recitate prima di dormire avrebbero lo scopo di tenere lontani i demoni e favorire il sonno sia degli adulti che dei bambini.

La cogha altro non è che una creatura maligna che cerca di avvicinarsi alle camere dei neonati.
Secondo la tradizione, liberarsi di questo demone è facile: poiché la cogha sa contare solo fino a 3, basta lasciare vicino alla culla del neonato un pettine con molti denti.
Questo riuscirebbe a distrarre il “pericoloso” personaggio, il quale non sapendo superare il 3 si ritroverà costretto a ricominciare sempre daccapo la conta dei denti del pettine, fino a lasciar perdere il bimbo.
E voi, quali riti magici sardi conoscete?
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